Tata - Tenacia bambini

Bambini tenaci o testardi?

Il fare ostinato dei più piccoli può far esasperare gli adulti, ma si tratta di un comportamento necessario allo sviluppo

Bambini tenaci o testardi?

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Il fare ostinato dei più piccoli può far esasperare gli adulti, ma si tratta di un comportamento necessario allo sviluppo

«È un testone!» potrebbero affermare alcuni genitori vedendo il proprio pargolo aprire e chiudere di continuo il rubinetto del bidet. Ma se la sua testardaggine venisse considerata come tenacia, assumerebbe subito un’altra sfumatura, un altro significato.

La tenacia è una caratteristica innata nel bambino, che la mette in campo con tutte le sue forze per rispondere a un bisogno di crescita, di scoperta, di affetto e di protezione. Un neonato che “da troppo tempo” (magari anche solo 10 minuti) non sente il profumo e il calore della propria mamma, potrebbe piangere con veemenza per smettere immediatamente appena preso in braccio. Questo bambino non è furbo o viziato, ma inconsciamente consapevole di quanto il contatto fisico con la madre sia di fondamentale importanza per la sua crescita emotiva serena. Il pianto del bambino risulta forte e “fastidioso” alle orecchie degli adulti (soprattutto dei genitori) proprio per non passare inascoltato. La natura, infatti, ha dotato il bambino di strumenti di comunicazione adatti all’esigenza di essere preso in considerazione. Così, non possedendo ancora la competenza verbale, il bambino comunica piangendo, con espressioni mimiche e posture particolari.

Se si immaginano le principali caratteristiche che formeranno l’adulto del domani, la tenacia non potrebbe mancare. Immaginare che non si lasci abbattere, che combatta per ottenere ciò che desidera, che non si faccia governare dall’esterno, ma che invece cerchi di affermare se stesso in ogni occasione, non potrebbe che inorgoglire i propri genitori. Quando però a dar prova di tale caparbietà, tenacia e forza è un bambino di pochi anni (se non pochi mesi), ci si potrebbe sentire disarmati. 

Un sano egoismo

Al primo posto nei pensieri di un bambino di età compresa tra 0 e 3 anni c’è solo lui, i suoi bisogni e le sue esigenze. Il periodo dello sviluppo che Maria Montessori definisce “infanzia”, e che si estende dalla nascita sino ai 6 anni, è infatti caratterizzato da un tipico protagonismo, utile al piccolo per costruire se stesso. È un periodo dove il bambino, agendo sull’ambiente e sulle relazioni che instaura, dà forma alla propria persona. E quando sembra “sordo” a una direzione dall’esterno, da parte dell’adulto, è proprio perché si trova concentrato ad ascoltare la propria voce. 

Il genitore che asseconda il volere del bambino e favorisce il soddisfacimento dei suoi bisogni non è un debole, ma un educatore saggio e umile. Il bambino sa cosa desidera, è dotato di quella che lo psicologo Carl Rogers definisce “forza attualizzante”, ovvero la capacità di ricercare, individuare e perseguire ciò che può farlo crescere e migliorare. Maria Montessori chiamò questa forza “maestro interiore”, una guida interna che orienta il bambino al benessere e allo sviluppo.

Il bambino, nei primi 3 anni, appare come un egoista, ma in realtà è concentrato su di sé ed è sano che sia così. Egli mette al primo posto se stesso e le sue esigenze perché deve formarsi e capirsi, in modo da imparare ad agire nell’ambiente con competenza. Se un bambino vuole afferrare un oggetto, muoversi, arrampicarsi, prendere il latte della mamma, stare in braccio, dormire o mangiare, sarà molto difficile impedirglielo, perché non demorderà facilmente. Il suo obiettivo ha la priorità, e non possiede la competenza di mettere a tacere il suo volere per assecondare quello altrui. Saper ascoltare gli altri e rispettare i bisogni di tutti sono abilità che maturano con gli anni, vanno educate e seguono l’esempio. Il rispetto dei tempi e dei bisogni del piccolo che mostrerà il genitore, è lo stesso rispetto che il bambino riserverà agli adulti e ai coetanei quando sarà in grado di farlo. 

Rispettare le esigenze del bambino

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E il genitore come si pone di fronte all’apparente testardaggine del bambino? Facciamo un esempio: Lucia ha due anni e non ha nessuna intenzione di sedersi sul seggiolino dell’auto per andare a prendere la sorella che esce da scuola. Imperterrita, continua a travasare i sassolini in giardino ignorando completamente il richiamo della madre. Insomma, è concentrata nella sua attività che trova appagante e stimolante, ed è totalmente all’oscuro dei programmi serrati della gestione familiare. La mamma, dopo vari richiami inefficaci, tenta di convincerla supplicandola di collaborare e promettendole un gelato. Ma nulla pare funzionare. Dopo pochi minuti, la bambina, soddisfatta, interrompe la sua attività ed entra in comunicazione con la madre accettando di salire in auto.

Spesso, ciò che manca ai bambini sono tempo e spazio per agire liberamente. Questa condizione, in cui il bambino decide autonomamente cosa fare, per quanto tempo e con quale ritmo, è preziosa e da tutelare, e deve alternarsi al tempo sociale e della famiglia, dove il ritmo è più rapido e le decisioni sono prese dagli adulti o da altri membri del gruppo. Se un bambino non percepisce la presenza di entrambe le dimensioni, cercherà in ogni momento e in ogni luogo di ritagliarsi lo spazio di libertà e autodirezione, innescando così uno scontro continuo con i genitori.

Il bambino deve richiamare la mamma a sé quando prova carenza d’affetto, deve sporcarsi mangiando per diventare autonomo, deve infilare e sfilare le scarpe più volte per prendere confidenza con la procedura, o dormire nel lettone (o comunque vicino ai genitori) se la mamma sta fuori tutta la giornata per lavoro. I bambini sanno di cosa necessitano, e mettono in campo tutte le loro risorse per soddisfare i propri bisogni. Non scelgono di farlo, ma sentono di doverlo fare. Il genitore dovrà fare i conti con tali esigenze, rispettarle e organizzarsi per rispondere. Non sarà sempre possibile concedere tutto il tempo e lo spazio che il bambino reclama, ma farlo ogni volta che è realizzabile sì, e questo al bambino basterà.

La tenacia e il potere dell’osservazione

L’arma migliore che possiede l’adulto per capire il proprio bambino è quella dell’osservazione. Spesso alcuni comportamenti appaiono indecifrabili: «Piange e non capisco perché», «Non l’ha mai fatto prima, ma in questi giorni non desidera altro che questo», «Perché vuole arrampicarsi proprio lì?». Le risposte a tali interrogativi le possiede solo il bambino, e consentirgli di “mostrarsi” attraverso l’azione potrebbe fornire qualche risposta. Bisogna ritagliarsi del tempo per osservarlo muoversi nell’ambiente in autonomia, in modo che le sue azioni forniranno gli indizi per comprendere cosa desidera e su cosa è impegnato a migliorarsi. L’ideale è restare in silenzio e un po’ in disparte a guardarlo, facendogli percepire una presenza discreta ma non ingombrante, e la disponibilità a essere presenti se e quando lo richiederà: senza intervenire, sollecitare, distrarre o correggere, ma semplicemente osservando come buoni scienziati. Spesso una richiesta, anche se non se ne capisce il motivo, va soddisfatta senza interrogarsi troppo. La risposta che daremo accontenterà un bisogno del bambino, che potrà così proseguire soddisfatto, sereno e appagato lungo il suo percorso.

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