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Sarò mamma. Sarò capace?

Essere consapevoli delle proprie aspettative e dei propri timori aiuta ad allontanarsi da quel modello irrealistico di supermamma che instaura un costante senso di inadeguatezza

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Essere consapevoli delle proprie aspettative e dei propri timori aiuta ad allontanarsi da quel modello irrealistico di supermamma che instaura un costante senso di inadeguatezza

Una futura mamma è sempre sorridente. Anche di questi tempi, anche dietro una mascherina. Si sorride fra sé e sé, pensando al piccolo che sta per arrivare. Parlandone con il futuro papà, con i futuri nonni. Pensando alla sua cameretta. Ma il sorriso perenne non è possibile. Non sarebbe neppure tanto normale. L’arrivo di un bimbo, infatti, comporta cambiamenti e impegni che sarebbe ingenuo sottovalutare. Il tempo, tanto tempo, che bisognerà dedicare a lui, soprattutto nei primi mesi. Il confronto con le richieste e i bisogni di qualcuno che dipende da noi in tutto e per tutto: nutrirlo, tenerlo pulito, interpretare il suo pianto, capire se sta male, se ha bisogno di qualcosa che non sa dirci… la domanda è :«Sarò capace?». Molte mamme si vergognano di questi pensieri che spengono il sorriso e che a volte si trasformano in momenti di tristezza e di preoccupazione.

 

Mamme non si nasce

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È importante sapere che sentirsi preoccupate quando si aspetta un bambino è normale e logico, purché questa preoccupazione non diventi una situazione stabile e costante. È quindi naturale sentirsi felici, piene di aspettative e di progetti, e anche, ogni tanto, essere un po’ preoccupate. 
Tutto il corpo della futura mamma, e anche il suo cervello come spiegano i neuroscienziati, si sta preparando a un’avventura meravigliosa che richiede energie, attenzione, impegno. Impegno e attenzione non più dedicati solo a se stessi, al proprio benessere, come è stato fino a quel momento, ma a un “altro” il cui “stare bene” dipende da noi fin dai primi giorni di gravidanza: da ciò che mangiamo, da come ci comportiamo e poi da come lo accudiremo, da come ci occuperemo di lui. Si tratta di un cambiamento che è molto probabilmente il più grande e il più profondo nella vita di una donna, ed è importante evitare che la preoccupazione si trasformi in paura di non essere all’altezza, di non farcela.

 

Non farcela a fare cosa?

Fra i pensieri che possono offuscare il periodo dell’attesa c’è il confronto, a volte inconsapevole, con un modello irrealistico di supermamma. A volte nasce dai racconti di sorelle, amiche, colleghe che sentono il bisogno di descrivere se stesse come un concentrato di perfezione ed efficienza materna, e a volte sono le immagini della pubblicità che presentano improbabili mamme perennemente felici, riposate e pettinatissime che vezzeggiano bebè sorridenti e molto, molto puliti (condizione piuttosto rara nei primi mesi).
Poi ci sono i forum e i gruppi sui social network, ritrovi virtuali di mamme perfette e prodighe di consigli, quasi sempre difficilissimi da seguire per una mamma “normale”, e di mamme che, invece, descrivono la maternità come una prova di sopravvivenza: il parto, l’allattamento, il bambino che non dorme, la stanchezza, il fisico che cede, mai un minuto per se stesse, addio cinema, vita sociale e… vita sessuale.

 

Come fare a non essere preoccupate?

Una cosa è certa: l’esperienza della maternità, per ogni donna, è unica e irripetibile. Il modo di essere mamma – normale, non perfetta – si scopre momento per momento, dalla gravidanza al parto, e alla scoperta, giorno per giorno, delle caratteristiche del nostro bambino, del suo modo di “fare il bebè” e del nostro modo di rispondere a lui.
La risposta alla domanda «Sarò capace?» è «Sì, naturalmente»: naturalmente nel senso che la natura rende ogni donna capace di accudire il suo bambino. Dobbiamo tenere conto però che la realtà della vita di oggi – al di là dell’emergenza Covid-19 – richiede la ricerca di adattamenti ed equilibri legati alle diverse situazioni di vita. Ogni futura (o neo) mamma si trova di fronte a dubbi e problemi diversi. Proviamo a elencarli:

1. Ce la farò da sola?
Meglio chiedersi: «Se avrò bisogno di aiuto, su chi potrò contare?». Farcela da sole è un obiettivo eccessivo, e spesso rende difficile poter accorgersi in tempo utile di aver bisogno di aiuto. «Saprò chiedere aiuto al papà del bambino, a mia mamma, a mia suocera? Saprò accettare che mi aiutino “a modo loro”, con l’obiettivo di riposarmi e riprendere energie, e non con quello di dirigerli a puntino perché facciano esattamente quello che va bene a me?». Sono domande importanti: una buona mamma non è la mamma perfetta e autosufficiente, ma una mamma serena e soprattutto non troppo affaticata e stressata.

2. Come farò a sapere se tutto sta andando bene?
«E se non avrò abbastanza latte? E se non dormirà? Cosa farò se gli verrà la febbre? Come farò a sapere se cresce normalmente?». Le mamme di oggi sono sovraccariche di indicazioni, tabelle, schemi di nutrizione, di crescita, di elenchi di comportamenti “normali” che trasformano la maternità in una prestazione, e la crescita del bambino in una valutazione continua. Mai come in questo caso troppe informazioni sono dannose: libri, manuali, riviste e i famigerati blog finiscono per sottrarre ai genitori l’unico strumento per seguire la crescita del loro bambino: l’osservazione, l’attenzione alle sue reazioni, la conoscenza sempre maggiore di come è fatto e di come cresce. A questo va aggiunto il confronto con un pediatra di fiducia, uno solo, con cui confrontarsi, con cui condividere i dubbi e a cui fare tutte le domande necessarie, ed evitando di andare a verificare le sue risposte sul web: non è vietato, ma non aiuta. Come disse Umberto Eco: «Troppa informazione equivale a nessuna informazione».

3. E la depressione?
È importante distinguere fra tristezza, stanchezza, scoraggiamento o ansia – tutte emozioni legate a un cambiamento così profondo come la maternità – e la depressione, che non è affatto una situazione frequente e difficilmente compare così all’improvviso. Prevenire la stanchezza e lo scoraggiamento è possibile se si presta attenzione ai due aspetti precedenti: cercare e accettare aiuto, e affidarsi a un pediatra di fiducia.

Infine un consiglio: alla domanda «Sarò capace?», così giudicante e inevitabilmente preoccupante, sostituiamone un’altra: «Che tipo di mamma sarò?». È una domanda che stimola la curiosità, perché la risposta non c’è. Sarà bellissimo scoprirlo giorno per giorno, insieme al nostro bambino e a chi condivide con noi l’esperienza della genitorialità. Mamme e genitori si diventa. E soprattutto si impara. Ciascuna a modo proprio, con imperfezioni, miglioramenti e continue scoperte. È il bello di questa avventura.

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